UN GIORNO NEL CARCERE DI SALUZZO
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| 2022 | News
| Ottobre 2022 | 125 Visite | con Commenti disabilitati su UN GIORNO NEL CARCERE DI SALUZZO

“Le nostre materie prime sono gli scarti umani”

Quando lo staff di Talea Creativa mi propose di visitare il carcere di Saluzzo, insieme ad altri comunicatori, per sperimentare e promuovere alcune delle attività portate avanti da Voci erranti, accettai subito senza esitazione.

Voci erranti nasce nel 2000 all’interno dell’ex Ospedale psichiatrico di Carmagnola dalle menti e dai cuori di Grazia Isoardi e Marco Mucaria. Da laboratorio teatrale negli anni è diventato un progetto di ampio respiro di inclusione sociale di detenuti e soggetti deboli con problemi psichiatrici, volto a dare una seconda possibilità a quelli che la società considera gli “ultimi”.

Voci erranti si compone di un’associazione artistica e una cooperativa sociale. La prima porta in scena e produce spettacoli teatrali, organizza corsi di formazione ed eventi tematici legati al Teatro sociale, per il quale collabora anche con l’Associazione Hestia di Las Palmas in Gran Canaria. Nel 2018 l’associazione è stata insignita del Premio della critica dell’ANCT durante il convegno internazionale Teatri delle diversità tenutosi a Roma. La cooperativa invece si occupa di progetti di economia carceraria per offrire opportunità lavorative e di riscatto sociale.

Il mio viaggio in “un mondo altro” è iniziato dal Caffè Intervallodi Savigliano (CN), che un tempo era l’abitazione del custode del Teatro Milanollo, e oggi è casa, bottega e osteria aperta a chiunque voglia trascorrere qualche ora spensierata mangiando prodotti genuini realizzati all’interno del carcere e serviti da persone socialmente svantaggiate.

Siamo stati accolti come amici, con il benvenuto migliore che potessero riservarci.

Questi sono i Biscotti galeotti e i croissant realizzati attraverso il recupero di antiche ricette da Antonio, Carmine, Enzo, Toni, Vincenzo e Lorenza all’interno della Casa di reclusione di Saluzzo. Le materie prime sono tutte di aziende agricole piemontesi, e il manifesto della loro produzione è “i nostri prodotti devono essere buoni, la gente deve comprarli perché li apprezza davvero e non per pietà“.

Capricci di Venere

Capricci di Venere sono gli ultimi nati tra i Biscotti galeotti, morbidi e libidinosi baci al cioccolato.

Ho scoperto che i mobili, le sedie, i tavoli e le credenze che arredano la caffetteria sono stati tutti realizzati nella falegnameria interna al carcere, dal quale è nato il brand Jail design, in collaborazione con Ferro e Fuoco La gang del truciolo. I pezzi creati con materiali di recupero, belli e funzionali, sono acquistabili presso lo show-room della Casa di Carità Arti e Mestieri di Savigliano.

Vi racconto una storia bellissima dalla quale è nata la barchetta sul logo delle confezioni e che rappresenta il brand di Voci Erranti.

Un malato psichiatrico di Carmagnola scriveva una lettera al giorno alla sua mamma e la “imbucava” in un tombino convinto del fatto che diventasse una barchetta e che le onde del mare la portassero fino a lei. Quella barchetta di carta che naviga libera sulle acque della speranza e della fantasia non poteva che rappresentare questo bellissimo progetto.

Quello in piedi è Marco Mucaria, il nostro Virgilio per un giorno, che con delicatezza e ironia ci ha traghettati in un mondo sconosciuto, che spaventa, allontana e dietro al quale si celano l’umana curiosità e le sbarre del pregiudizio. Marco ci ha raccontato quella che è la realtà carceraria fornendoci informazioni che mi hanno fatto riflettere molto.

In carcere non esistono specchi per motivi di sicurezza, e quando capita che per un articolo della stampa vengano scattate delle foto e i detenuti hanno modo di vedersi ritratti, faticano a riconoscersi. Ognuno di loro deve provvedere al proprio sostentamento economico perché hanno a disposizione solo uno spazzolino e una parte del cibo in mensa; tutto il resto per vivere devono comprarselo e lo acquistano al triplo di quello che viene venduto fuori a causa di appalti delle varie ditte fornitrici. Marco alla mia domanda sulla “legge non scritta” delle carceri, mi ha confermato che abusi o reati commessi nei confronti di bambini e donne non sono tollerati dai detenuti, motivo per il quale esiste la sezione “Sex offender” per isolare gli artefici di quei gesti.

Rifocillati da una fantastica colazione – e se assaggerete i croissant ricordatevi di me perché sono tra i miei migliori di sempre – ci siamo diretti alla Casa di reclusione di Saluzzo. Da poco è diventato un carcere di massima sicurezza, nel quale sono detenuti coloro che hanno commesso reati di stampo mafioso e dove per entrare è necessario rispettare un rigido protocollo di riconoscimento, perquisizione e deposito di cellulare e apparecchiature elettroniche dotate di sim, perché i detenuti potrebbero abilmente intercettare le celle e agganciarsi per effettuare telefonate.

Lo staff di Talea creativa coordinato da Marco, ha realizzato però un bellissimo reportage delle attività fatte insieme ai detenuti nel laboratorio. Tra un impasto e l’altro, l’insacchettamento dei biscotti e il condimento delle pizze, ho percepito che di fronte a me avevo semplicemente degli artigiani dell’arte bianca e non qualcuno che era sceso a patti con la mafia. C’erano solo Antonio, Toni e Vincenzo, e non il loro passato. E l’emozione e la cura che ho percepito mentre terminavano di decorare le torte ordinate dai familiari dei detenuti in visita, mi ha colpita molto.

Dopo un trancio di pizza e la soddisfazione di aver messo le mani in pasta, siamo usciti per visitare il Giust’orto.

Anche quest’orto è la testimonianza tangibile di un’economia carceraria possibile, attraverso la quale i detenuti si sentono nuovamente utili occupandosi di piante che dipendono da loro, dalle loro cure e di cui si sentono responsabili. Ognuna di quelle piantine e di quegli ortaggi simboleggia una rinascita, perché anche i semi di una mela marcia se coltivati con dedizione possono fruttificare. Per quest’orto protetto dalle mura del carcere è in previsione un ampliamento con la coltivazione di altri terreni e la produzione di vasetti che andranno ad aggiungersi ai Biscotti galeotti.

Dopo aver innaffiato e seminato, siamo rientrati per conoscere i detenuti che recitano negli spettacoli di Voci erranti. Ci siamo riuniti in teatro, cuore del progetto di questa associazione, e lì abbiamo incontrato uomini dei quali non sapevamo nulla e non avremmo dovuto necessariamente sapere nulla. E invece, in preda all’emotività e alle risate perché uno dei ragazzi in cucina mi aveva definita ironicamente “magistrato”, mi venne istintivo da chiedere loro se volessero raccontarci qualcosa delle loro storie.



 

La loro espressione smarrita mi fece realizzare di aver fatto una domanda infelice, che appartiene a quella stupida curiosità indagatrice. Ma Marco, oltre ad essere presidente della Cooperativa sociale è anche formatore teatrale, scrive i testi degli spettacoli, segue tutte le prove fino all’esibizione, e conosce bene ognuno di loro. La sua proposta di mettere in scena per noi un pezzo del loro spettacolo dedicato a Raffaellà Carrà interruppe quell’imbarazzo che si era creato per la mia domanda infelice.
Ho visto quegli uomini saltare, ballare e divertirsi come bambini. Si stavano esibendo di fronte a noi senza musiche, luci adeguate, senza gli abiti di scena, e nonostante tutto ci hanno messo tutto il trasporto possibile per divertirci e intrattenerci. E anche una volta terminata l’esibizione, felici ed emozionati, mi hanno commossa e divertita. Per questo spettacolo loro indossano anche una parrucca, quella biondo platino della mitica Carrà, e mentre molti di loro ci raccontavano la difficoltà di superare il limite mentale di indossare un oggetto femminile che avrebbe potuto ridicolizzarli, uno dichiarò ad alta voce “Marco hai realizzato un mio sogno, è da quando ero piccolo che volevo mettermi una parrucca”.
E lì giù a ridere fino alle lacrime. Quei detenuti mi hanno dato una lezione di vita, mi hanno insegnato che non è necessario sapere chi si ha di fronte per rispettarlo, che se anche uno di loro mi avesse raccontato di aver ucciso e rubato quei gesti fanno parte del loro vissuto e tale deve restare, protetto nei loro cuori e uscirne solo per loro volontà. Il pregiudizio è un cancro difficile da curare, è una pianta infestante che non si estirpa alimentandola di ignoranza e becera morbosità, ma visitare un carcere è un’esperienza formativa che può aiutare a capire quanto siamo fragili ma anche bellissimi, che possiamo rinascere ogni giorno, e che tutti meritano una seconda possibilità.

Grazie a:
http://www.vocierranti.org
http://www.taleacreativa.it
http://www.jaildesign.it

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