Più stelle meno sbarre
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| Aprile 2016 | 3345 Visite | con Commenti disabilitati su Più stelle meno sbarre

Un gruppo di persone che condivide un obiettivo comune può raggiungere l’impossibile: è una semplice frase motivazionale, letta così ma è la migliore descrizione di quello che è andato in scena ieri sera a Saluzzo, nella Castiglia, sede del vecchio carcere fino al 1992 e dal 2006 ristrutturato e restituito alla funzione pubblica. Una cena gourmet, la seconda edizione, dopo quella del 2014 che ha fatto incontrare imprenditori, cittadini e realtà economiche legate al mondo del carcere.

Gli chef stellati coinvolti sono stati Yoji Tokuyoshi, Giancarlo Morelli, Theo Penati e Matteo Boschiero Preto, Christian e Manuel Costardi, Ugo Alciati, Massimo Camia, Cristina Bowerman, Alessandro Negrini e Fabio Pisani e il due stelle Michelin Pino Cuttaia. In sala i ragazzi dell’alberghiero Virginio Donadio di Dronero hanno dato calore  a stanze che un tempo erano celle.

C’erano i grandi vini del territorio, c’era l’alta cucina e i suoi rappresentati migliori, gli chef che hanno passato l’intera giornata in carcere, assieme ad una delegazione di detenuti che per la serata, in via eccezionale hanno superato quel cancello per loro invalicabile per essere al fianco di cuochi, in una brigata allargata che aveva il sapore della migliore condivisione.

C’è un senso profondo dello scambio dentro/fuori in un simile evento, c’erano gli scatti affissi alle pareti di chi tutto questo lo ha messo in piedi, Davide Dutto. C’era la voglia di contaminarsi, che poi è anche un tema alla base della cucina, della buona cucina. Ci sono stati luoghi e persone lontani che hanno scelto di incrociare le loro vite e di darsi una opportunità.

Al tavolo un segnaposto con su scritto: #semiamimipianti. Dare peso, bisogno dare peso a tutto anche ad un pezzettino di carta che a guardarlo bene è carta riciclata al 100%, resa unica da ciò che nasconde solo all’apparenza: veri semi di fiori selvatici.

C’era l’hummus della Bowerman, con il suo ciuffo rosa e una quota di ugual colore da difendere con i denti, la parmigiana del giorno dopo di Pino Cuttaia, l’hamburger di pane, fave e fonduta di Morelli, il riso degli irrefrenabili fratelli Costardi, i ravioli al plin del buon vecchio Camia, la triglia dell’astro nascente Tokuyoshi, le cicerchie dei Monti Dauni di Alessandro Negrini, la coda di manzo di Theo Penati, le pere amaretto e cioccolato di Ugo Alciati. C’era molto altro ma questo basta a dare l’idea di ciò che è stato.

Davide Dutto è pronto a stilare un bilancio a poche ore dal rompete le righe: “Una serata e una cena al di sopra di qualsiasi aspettativa e ciò vale sotto ogni punto di vista a partire dalla partecipazione degli invitati per finire agli chef coinvolti. I cuochi, per me sono tali e scusate se da qui in avanti smetterò di chiamarli chef, una volta sul posto hanno dimostrato di che pasta sono fatti: sono stati presenti e operativi, oltre che collaborativi in ogni frangente della giornata. Hanno anche offerto dei supplementi all’asta benefica andata in scena durante la cena. Erano soprattutto amici ai miei occhi, erano uomini impegnati nel sociale che hanno capito veramente quello che stavano facendo nel momento esatto in cui hanno varcato la soglia di quelle celle e hanno deciso di scendere in campo, loro, in prima persona”.

Com’è stato il primo vero incontro tra detenuti e chef?

C’è un meccanismo dietro che ai più sfugge e forse è anche la parte migliore. Non si aiuta e basta, si conosce chi si aiuta. Ecco perché ogni singolo cuoco è venuto con me in carcere al mattino, a conoscere quelle persone che sarebbero state al suo fianco nella preparazione della cena. Stessa cosa dissi a Ceretto quando decise di aiutarmi. Lo invitati a venire in carcere e a conoscere di persona chi avrebbe aiutato: solo così possiamo fare la differenza. Ci è tornato ancora e ci tornerà nuovamente, ne sono certa.

Parliamo di numeri.

Gli invitati che hanno preso parte all’iniziativa benefica sono stati in tutto 230. Non abbiamo ancora i numeri esatti ma escludendo le spese sostenuto dovremmo aver raccolto una cifra che supera, seppur di poco, i 10.000 euro.

Questi soldi per cosa saranno utilizzati?

Per finanziare una piccola parte di STAMPATINGALERA, il laboratorio di stampa artistica FINE ART nato grazie ad un finanziamento della Compagnia di San Paolo di Torino e all’idea dell’Associazione culturale Sapori Reclusi. Parliamo del primo laboratorio nato all’interno di una casa di reclusione, gestito interamente da un gruppo di detenuti. Il progetto è nato due anni fa e coinvolge dieci detenuti, alcuni ne fanno parte ancora oggi. Non sono detenuti comuni, ci tengo a precisare, ma di alta sicurezza, legati a reati commessi da bande organizzate. Si parla di mafia, di camorra, di sacra corona unita. Sono detenuti che scontano ergastoli, anche più di un ergastolo, anche ostativi. Uno dei detenuti che prese parte al progetto oggi non è più parte del gruppo perché trasferito in un 41bis, quello che tutti chiamano carcere duro.

Perché aiuti la gente cattiva?

Perché è l’unico modo che conosco per combattere la mafia. Perché per me quei detenuti non sono dei mafiosi, sono delle persone. Perché la mafia non la combatti solo con azioni esterne al carcere. Devi entrare in quelle celle, parlarci a quegli uomini e fissare i tuoi occhi nei loro occhi. Senza aver paura di ciò che ti faranno vedere. Questo lo dico con tutto il rispetto che posso io provare nei confronti delle vittime e le considerazioni del caso che potremmo fare sul tema. Non ho risposte a nessuna delle ulteriori domande che mi farete ma non possiamo non fare niente e pensare di poter semplicemente buttare via la chiave.

Qualcuno ha chiesto di tornare in carcere?

Ogni singolo cuoco, ogni ragazzo che ha dato una mano affinchè tutto questo fosse realizzabile mi ha chiesto di poter tornare in quel carcere a far visita a quegli uomini. Perché alla fine è di questo che parliamo… uomini.

Photo Credit : DOMENICO PETRELLESE

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