Andrea Giuseppucci: Gattabuia, il terremoto e le Marche
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| 2017 | News
| marzo 2017 | 1622 Visite | con Commenti disabilitati su Andrea Giuseppucci: Gattabuia, il terremoto e le Marche

Andrea Giuseppucci è uno chef, un giovane chef italiano, che vuole comunicare la sua idea di cucina, legata alle origini ma rivoluzionaria nel dna e ha provato a farlo partendo da un territorio italiano in cui fare ricerca intorno ad un piatto non è cosa assai semplice, così come trovare palati allenati ad andare oltre una tagliatella al ragù ben fatta. Siamo nelle Marche, il ristorante si trova a Tolentino, si chiama La Gattabuia e si trova manco a dirlo dentro un carcere, per scelta, di Andrea che provoca ad ogni boccone, non prima di aver fatto accomodare i suoi ospiti al piano alto dell’edificio che prima ospitava il carcere. Le tracce delle piccole celle sono lì davanti agli occhi di tutti, erano li, per lo meno fino all’ottobre del 2016 quando il terremoto ha devastato il centro Italia, colpendo a fondo anche Tolentino. Il ristorante è costretto a chiudere, i locali non sono più agibili ma per Andrea la brusca frenata è solo un pit stop: “A volte provare può essere l’unico modo per svilupparsi”. E’ in questo preciso momento che nasce il suo progetto di ristorazione, Le Mie Marche, ben presto sostenuto da Eataly. E’ un abbraccio, seppur virtuale, ad una terra messa costantemente a dura prova dalle forze della natura e un atto di fede da parte di un ragazzo che vuole tornare a casa ma sa benissimo che non sarà facile ricominciare. Fino a fine mese Andrea e la sua cucina saranno protagonisti a Torino, al Ristorante Temporaneo di Eataly, prima di proseguire il suo viaggio a Milano, presso Eataly Smeraldo, a Monaco in Germania per tutto il mese di maggio e giugno, per tornare in Italia, a Roma nel mese di luglio. Andrea, dall’aula 3 del Lingotto, presenta il suo crostino della vigilia con tonno, pinoli e lime, poi sorprende con il riso freddo di pollo arrosto e si congeda con un bottone arso, rivisitazione di un classico tortello di grano arso e farina integrale, ripieno di ricotta e miele di castagno. A fuochi spenti non lesina commenti: “Non è facile provare a fare alta ristorazione in provincia di Macerata. Ci sono i grandi nomi, c’è Mauro Uliassi, poco altro. Lavori nel fine settimana, nei mesi estivi, direi il falso se parlassi del mio ristorante come di un locale sempre pieno, prima del terremoto”.

Mandò il suo curriculum ad ogni ristorante stellato italiano. E’ cambiato tanto da quegli inizi?

“Tanto. Un ristorante è un’azienda e mi sono ritrovato a 22 anni ad essere imprenditore, ad avere gli stipendi a fine mese da pagare ai miei dipendenti, a chiedere aiuto a mio padre per tirare su la saracinesca il primo giorno. Ha usato la sua liquidazione per darmi una mano. Consiglio a tutti, contrariamente a quanto si sente dire in giro, di buttarsi nell’imprenditoria perché se stai in piedi oggi, tra dieci anni ti diverti”.

La sua è una cucina marrone. Perché?

Perché quello è il colore della mia terra, anche in primavera se fai un giro dalle mie parti troverai 50 sfumature di marrone. Tutti vogliono fare i cuochi per fare tv ma non hanno ben capito cosa vuol dire lavorare in cucina. Oggi diventi cuoco su Instagram e Facebook avendo solo una buona macchina fotografica. Devi rischiare qualcosa se vuoi arrivare al traguardo e credo alla mia età di essere ancora in tempo per farlo. Ho grande rispetto per il mio ristorante, nonostante sia fermo, ho investito tutto in quelle mura ma so benissimo che non sarà facile ne immediato riprendere. Provate voi ad andare a chiedere ottanta euro per una cena a della gente che aspetta gli aiuti dallo Stato per ricostruire una casa che non ha più”.

La sua cucina va capita. La capiscono?

“La tradizione è importante, se non sai fare un grande pollo meglio che cambi mestiere ma non siamo solo tagliatelle al ragù. Ci sono piatti che sono come la Gioconda, non puoi rivisitarli all’infinito, sono quello e basta. Poi c’è la ricerca da fare intorno ai piatti, una ricerca non facile se calata in un contesto sociale come quello della provincia di Macerata. Tanti piatti non sono capiti solo perché non c’è la voglia di capirli. Noi marchigiani siamo abituati al lavoro meno a cogliere le occasioni che ci capitano o a vendere i nostri talenti.

 

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