Sulla via della seta.
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| 2014 | 2014 – Numero 3 | In evidenza | Investo Business
| giugno 2014 | 1853 Visite | con No Comments

Sulla via della seta non transitano solo tessuti preziosi e spezie esotiche. Ma, in attesa della “ferrovia della seta” già progettata, sono le tecnologie avanzate ed i prodotti energetici a percorrere l’Asia Centrale congiungendo l’Europa Occidentale sino alla Mongolia. E per imprenditori ed investitori italiani si aprono steppe e città pronte ad accogliere il made in Italy declinato in ogni forma.
Dalla Turchia all’Azerbaijan, dal Kazakhstan all’Uzbekistan sino ad arrivare ad Ulan Bator: un mondo ancora troppo sconosciuto per chi vuole operare con l’estero. Perché i flussi delle esportazioni privilegiano i mercato ormai consolidati, da Mosca a Pechino, ma ignorano o comunque sottovalutano le enormi potenzialità di Paesi in forte crescita e con consistenti disponibilità economiche.
Eppure sono i Paesi con i maggiori incrementi annuali del Pil, dispongono di risorse energetiche o di minerali fondamentali per l’industria avanzata, hanno margini di sviluppo immensi in settori come il turismo o l’agricoltura. E cercano partner occidentali per ammodernare la propria industria, per farla decollare.
Cercano tecnologie avanzate per una manifattura che guarda al futuro, ma la borghesia nascente di questi Paesi guarda all’Italia anche per tutto ciò che, nell’immaginario collettivo, rappresenta il bello, lo star bene, il lusso. Senza dimenticare che gli imprenditori della via della seta guardano all’Italia anche come luogo per investire. E se, ad esempio, per il momento lo squilibrio di investitori italiani in Turchia (oltre 1.100 aziende) e turchi in Italia (meno di 50) è evidente, il trend è destinato a radicali mutamenti: dopo aver rilevato Lumberjack e Pernigotti, i turchi hanno in programma investimenti in Italia per oltre 100 milioni di euro.
E pure gli altri Paesi lungo la via della seta guardano all’Italia come sbocco di grande interesse, anche perché alternativo al commercio con il gigante cinese, vicino ed ingombrante. Un enologo piemontese sta sperimentando vigne e vini in Kazakhstan, Astana e Baku collaborano con un centro studi italiano come Il Nodo di Gordio, la Mongolia si affida a Riccardo Migliori, presidente emerito dell’assemblea parlamentare dell’Osce.
Forse è proprio questo approccio a frenare gli imprenditori italiani. Abituati a lavorare solo sugli aspetti commerciali, si ritrovano alle prese con Paesi ricchi e consapevoli di avere, alle spalle, storie e culture di altissimo livello. Non basta arrivare con un buon prodotto da vendere o con un pacchetto di soldi per comprare. Occorre conoscere la vicenda di Gengis Khan e Tamerlano, di Samarcanda e Bukhara, di Ataturk e delle chiese Albane in Azerbaijan.
Popoli che chiedono rispetto per la propria identità ma che, una volta ottenuto, non hanno problemi a trasformare un cantante napoletano nell’idolo musicale di Astana. Così come a rivolgersi alle archistar internazionali per creare città modernissime in territori prima desolati. Occorre solo arrivare preparati agli incontri. Qualche buon libro, qualche rivista di geopolitica e le porte del business si apriranno.

Autore: Claudia Grandi

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