Il PIL fa la felicità
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| 2014 | 2014 – Numero 2 | Psico Investo
| giugno 2014 | 1680 Visite | con No Comments

Viviamo in un mondo che si potrebbe definire per certi versi ammalato di “sviluppismo”. Tendiamo a pensare che la sorte, il destino, ma anche la felicità degli individui e della collettività possa esse misurata in termini di reddito o nel prodotto interno lordo. In buona sostanza quanto più un individuo produce, consuma e accumula o quanto più un popolo accumula denaro e produce, tanto più sarà realizzato e felice. È un’equazione su cui si basa buona parte della modernità, in tutte le sue varianti. In qualche caso prevale chi sostiene il valore dei beni ponderali come quelli dell’industria e dell’agricoltura e in generale dei consumi materici. In qualche altro caso si tende a pensare che l’unico vero denaro è quello per produrre altro denaro come nel mondo della finanza, più o meno fantasiosa e creativa. A ogni buon conto l’immagine che ci formiamo della storia è quella di una semiretta lineare in cui si parte dal sottosviluppo e dalla miseria per arrivare, sull’onda di quella parola magica che chiamiamo tasso di crescita, verso condizioni progressivamente migliori per tutti ma soprattutto per qualcuno.

Due paesi, uno appeso tra Europa e Asia e l’altro nel continente latino americano, sono apparsi nell’ultimo decennio in un clima di crescita effervescente. Si stratta della Turchia e del Brasile. Due paesi molto diversi tra loro accomunati dal fatto che un tasso di crescita vivacissimo, attestato a numeri quasi di due cifre, ha prodotto negli ultimi anni cambiamenti radicali nella vita della maggioranza della popolazione, facendo diventare Istanbul e Rio de Janeiro, due città mitiche di un modello di crescita molto lontano dalla dimensione depressiva, sonnacchiosa e stantia delle vecchie capitali europee. Sorprendentemente vediamo nell’uno e nell’altro paese scendere in piazza folle irose che protestano violentemente contro una realtà che appare inspiegabilmente deludente e inaccettabile. È forse soltanto un problema legato alla indiscutibile presenza di ingiustizia sociale? È forse solo una richiesta, come in Turchia, di maggiore libertà e, in Brasile, di maggiore giustizia per i poveri? Oppure è l’indicatore che non è il prodotto interno lordo l’unica unità di misura di ciò che forma gli orizzonti di senso umano nell’individuale e nel collettivo? Qualche sociologo, alquanto fantasioso, ha accostato al PIL il coefficiente di felicità. Il problema è che la felicità è difficilmente misurabile in termini sociologici.

La crisi del modello di sviluppo ha radici simili a quelle del resto d’Europa, aggravata in Italia dal peso di un debito pubblico difficilmente sostenibile e in larga parte ereditato negli anni della prima Repubblica. Questo deficit è andato costruendosi negli anni a partire da due fattori. Il primo è sicuramente legato al costo finanziario che lo Stato deve pagare in forma di interessi a tutti coloro che ne sottoscrivono i titoli pubblici. Si tratta, in verità, di investitori italiani e, soprattutto in passato, ha deposto per una situazione apparentemente più sana di quella dell’Argentina di qualche anno fa in cui il debito pubblico era soprattutto estero.

Sull’onda di questo principio qualcuno è arrivato a proporre l’idea per la quale gli Italiani con uno sforzo nazionale alla “fedi donate alla patria” di bellica memoria possano ricomporre il debito e sanare così una situazione perennemente esposta alle tempeste degli spread. L’altra fonte del debito è sicuramente la forte spesa pubblica che secondo un modello profondamente statalista e assistenzialista dei costumi è stata creata a partire negli ultimi trent’anni di storia della Repubblica. In questi costi ci sono spese francamente malate come quelle legate alla corruzione, agli eccessi dei costi della politica. Mentre nessuno ha dubbi quando si tratta di compiere una spending review che colpisca i vizi del ladrocinio o false pensioni di invalidità, quando si tratta di aggredire la spesa del welfare allora sono dolori.

Come si può dimenticare che anche i tentativi più virtuosi per produrre risparmio, accorpando ad esempio le province, collidono con il fatto che, essendo la spesa fatta per larga parte di stipendi, i risparmi tendono a risultare irrilevanti visto che nessun dipendente pubblico può essere licenziato? Così come per i costi della sanità che sono per la maggior parte costituiti da stipendi in cui i tagli si traducono forse in qualche risparmio e razionalizzazione ma anche in posti di lavoro. Come tagliare quindi quella spesa pubblica, tenendo conto che senza questo bisturi la risposta non può venire che da un continuo aumento del carico fiscale? È una sfida epocale e difficile.

L’idea che si possa delegare allo Stato la risposta ad ogni necessità pubblico-privata ha finito con il creare nel nostro tempo l’idea di de-responsabilizzazione. Oggi si pensa che la giustizia viene prima della carità e che raccogliere un barbone sia compito della croce rossa e dell’Asl di appartenenza. Peccato che i costi di questa dilatazione iper burocratica di uno stato assistenziale, pervasivo e diffuso abbiano anestetizzano le coscienze per l’aiuto ma anche dilatato abnormemente i costi di ogni intervento d’aiuto a carico di un welfare state onnicomprensivo e gonfio. Nel tempo delle vacche magre occorre riprendere a ragionare su questa sfida anche perché, insieme al diritto indiscutibile di essere aiutati, nella nuova welfare community sempre più la responsabilizzazione, la libertà di iniziativa, dovranno integrarsi in forme nuove i bisogni ma anche i meriti di chi in un atto di libero amore, come spesso è avvenuto nella storia, compirà quello che uno Stato presunto onnipotente non è più in grado di garantire a tutti e per sempre.

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