L’educazione finanziaria
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| 2014 – Numero 1 | In evidenza
| febbraio 2014 | 1972 Visite | con No Comments

La crisi economica ha cambiato non solo il sistema finanziario ma ha cambiato anche il nostro futuro. In gioco c’è l’avvenire dei nostri figli e dei nostri nipoti, potremmo dire anche pronipoti. Dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare l’economia. A questo proposito si dovrebbe parlare di educazione finanziaria. Magari, si potrebbero istituire dei corsi nelle scuole con docenti che non conoscano solo la materia economica ma che sappiano anche qualcosa di educazione civica e di storia umana, perché purtroppo in campo economico il pensiero umano può diventare patologico.

Che cos’è un comportamento sano? E che cos’è un comportamento patologico? Per definire che cos’è patologico dobbiamo avere almeno una vaga idea di cosa sia sano. In teoria è sano usare i soldi per riuscire in qualche modo a vivere meglio, come ad esempio comprare un giubbotto pesante nella stagione invernale. E dovrebbe essere considerato patologico il desiderio del denaro fine a se stesso, cioè accumularlo senza sfruttarlo per rendere migliore la nostra esistenza.

In teoria con l’aumento del reddito pro capite ognuno avrebbe dovuto lavorare di meno. Eppure non è così, e allora la domanda sorge spontanea: che cosa se ne fa un individuo del denaro in più, una volta che ha soddisfatto i  bisogni? Potrebbe semplicemente godersi il tempo libero con quel surplus. Invece che cosa accade? Con l’aumento del reddito un individuo vuole sempre più denaro, solo per definirsi “più ricco” di un altro, solo per affermare che è sua “l’erba più verde”, non quella del vicino. Ma non solo, la gente pensa che il modo migliore per godersi la vita, il tempo libero e i soldi sia proprio lavorare. Perché purtroppo – o per fortuna – il lavoro aiuta a dare un senso alla nostra esistenza. Il lavoro è un potente generatore di senso e ci garantisce un’identità in un’era in cui nulla sembra averne una, in cui tutto tende a essere unificato, uguale a se stesso. Insomma globalizzato. Ci gratifica sapere chi siamo e che stiamo raggiungendo uno scopo. L’homo sapiens sapiens è a tutti gli effetti un homo faber. Non a caso, quando ci chiedono chi siamo, rispondiamo che siamo il lavoro che svolgiamo.

Da questa introduzione sembra che sia patologico lavorare troppo al fine esclusivo di accumulare denaro. Invece è proprio il contrario. L’accumulo di denaro è una conseguenza del troppo lavorare che però ci gratifica e ci identifica. Quindi sano è colui che lavora tanto, perché è soddisfatto. Se è davvero così, che cosa si può fare per insegnare ai nostri giovani ad accumulare denaro senza ammalarsi? Senza farci diventare, per intenderci, dei moderni Paperoni. Innanzi tutto occorre che le diverse professioni non siano retribuite in modo diseguale. Queste differenze non sono basate su esigenze funzionali, bensì su stereotipi culturali. Ed è qui che deve intervenire una corretta educazione finanziaria. In teoria l’essere umano privilegia alcune professioni esclusivamente per la retribuzione che la società gli ha conferito. Quindi dovremmo considerare una professione più appetibile non in base alla retribuzione, ma all’utilità che ha per gli altri. Dovremmo privilegiare un mestiere per il suo valore sociale, per quanto benessere può procurare agli altri. Ad esempio banchieri e finanzieri sono tipologie di professionisti che tutti vorremmo essere. Ma sono utili unicamente per il prolificare del profitto. Invece, casalinghe e operatori ecologici, per non parlare delle badanti, sono ruoli che nessuno ha voglia di rivestire. Eppure, sono forse più utili.

Professioni poco riconoscibili ma molto retribuite non creano molta ricchezza, mentre mestieri molto utili ma poco retribuiti creano molta ricchezza. Forse occorrerebbe partire proprio da qui per una corretta educazione finanziaria. Se le persone preferiscono il confronto rispetto all’accumulo di denaro fine a se stesso, allora si spiega perché l’aumento del reddito pro capite non ha incrementato il benessere soggettivo percepito dal singolo. Infatti, siamo soddisfatti quando raggiungiamo uno scopo ma allo stesso tempo questo scopo non deve migliorare solo la nostra esistenza, deve essere anche utile per gli altri. Ecco spiegato lo scontento.

Insomma, i giovani vanno educati ad un nuovo modo di pensare l’economia, il lavoro e la società. A partire dalla parola “crisi”, che non significa tragedia ma vuol dire cambiamento. Per superare la crisi economica bisogna cambiare.

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