Investo Man | Fabrizio Giugiaro
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| 2014 – Numero 1
| febbraio 2014 | 2503 Visite | con No Comments

Un cognome importante da portare, un onore e una chiave che apre molte porte, ma anche una reponsabilità di una tradizione e di un marchio storico da conservare, tramandare e – se possibile – migliorare e far crescere ulteriormente. Questa è la quotidianità di Fabrizio Giugiaro, 49 anni, vicepresidente del Comitato esecutivo e direttore Stile di Italdesign Giugiaro, nonché membro del cda dell’azienda che ora fa parte del Gruppo Volkswagen, ma che mantiene le sue radici e i suoi riferimenti qui in Italia e in particolare a Torino, capitale dell’automotive.

 

Oltre 30 anni di storia per un’azienda e un marchio tra i più noti del nostro territorio e del nostro Paese: cosa è cambiato, da allora, in Giugiaro e nel contesto in cui si trova a lavorare?

“Negli ultimi 30 anni è cambiato molto, in azienda: oggi facciamo parte del Gruppo Volkswagen, quindi il nostro primo impegno è nel campo dell’auto ed è importantissimo poter lavorare per un Gruppo che ha 10 marchi e che ha trovato in noi un partner veramente unico. Pochi altri centri stile sono attrezzati per operare in moltissimi linguaggi, legati ognuno al suo marchio.  Sul territorio ora abbiamo circa 4 sedi, oltre a ulteriori aziende in Spagna e Germania. Dalla fondazione, cioè dal 1968 ad oggi, è cambiato molto: la tecnologia ormai la fa da padrone. Siamo stati i primi ad investire e a realizzare stile attraverso i sistemi informatici. Il nostro centro di realtà virtuale, che è diviso in tre sezioni (ingegneria, servizi e stile, ndr) alla fine degli anni ’90 era unico e lo affittavamo addirittura alla Fiat. La nostra filosofia è stata di investire molto nella tecnologia, ma anche molto nel pensiero e nelle persone”.

 

Cosa è rimasto invece identico o comunque fedele alle origini?

“La matrice profonda che è rimasta fedele alle origini è l’atteggiamento di progettare in una maniera realistica. Mio padre dice “ingegneristica”, perché affrontiamo lo stile non a livello pittorico, ma a livello immediatamente concreto. Quindi realizzare un oggetto o un’automobile per noi ha un approccio simile, cercando di stabilirne ergonomia, il layout e senza fare della pura fantasia. Pensiamo a oggetti che i clienti ci chiedono non perché finiscano in un museo, ma che possano essere venduti e utilizzati in tutto il mondo, da chiunque”.

 

 

Tutto è iniziato dal mondo delle auto, prima ancora che si chiamasse automotive. Dalla prima Alfasud a tutti i modelli che sono seguiti. Ora, quello delle automobili, è un settore che sta segnando il passo o che può reinventarsi una nuova vita, magari col Green e proprio con il design?

“Il settore automobilistico, a livello mondiale, è in realtà in grande espansione. Ma se guardiamo la realtà italiana ovviamente la considerazione non è altrettanto positiva. Le vendite e la situazione economica nazionale certamente non brillano, invece in tutto il resto del mondo ci sono segnali di ripresa, basta guardare alla Cina, all’India, in America. Per questo motivo in Europa c’è stata la necessità di certi segmenti, di determinate vetture e di conseguenza stiamo realizzando prodotti specifici per l’Asia e il sud America. Il lavoro per noi designer è oggi ancora più importante ed è aumentato, visto che con poco e con investimenti più oculati siamo riusciti a differenziarci a seconda dei mercati, quindi il numero globale è in crescita e non in crisi, come invece è sicuramente in crisi l’Europa”.

 

Cosa vuol dire, oggi, “fare stile”? Quali sono le sfide del design ai giorni nostri?

“Lo stile, nel modo in cui lo abbiamo sempre interpretato noi, è quello che ha dato successo non a Giugiaro, ma ai nostri clienti. Questo per noi vuol dire affrontare il progetto in maniera concreta. Non abbiamo mai considerato la nostra firma, ma l’identità di chi si è rivolto a noi. Alle volte, così come è successo per Hyundai, ma anche per Fiat e per altri marchi, abbiamo inventato un trend. Ad esempio: la Panda stilisticamente non era figlia di nessuno, di per sé ha inventato una sua tipologia, un sua tendenza, così come la Punto. Quindi quando ci viene richiesto di creare un filone stilistico e viene ingiustificatamente legato a noi, in realtà è un linguaggio che cerchiamo di creare per il nostro cliente. In altri casi, poi, quasi non si vede la nostra firma: anni fa feci una Mustang che poteva essere uscita dal centro stile Ford piuttosto che dal mio. Occorre dare un servizio e fare attenzione che abbia l’identità del marchio che commissiona il lavoro. Con il design industriale i clienti vengono da noi perché desiderano una rivoluzione, come è accaduto con Nikon negli anni ’80, quando con loro abbiamo inventato il segno rosso che identifica il nostro apporto e una certa ergonomia che non esisteva per la macchina fotografica. Tra gli altri nostri clienti possiamo pensare alla Vredestein, per la quale ogni modello esce con il nostro apporto stilistico e che sono seguiti da noi da dieci anni, tenendo conto che si tratta comunque di pneumatici. Il trucco è in certi casi creare un brand per il cliente e in altri casi invece conservarlo e svilupparlo”.

 

Dall’idea al disegno. Da dove nasce (e come) l’ispirazione? È tutta una “visione” di un qualcosa che ancora non esiste o si segue un processo per gradi che alla fine porta al progetto definitivo?

“Lo sviluppo e la concretizzazione di un progetto è davvero un processo per gradi, attraverso fasi molto metodiche e un po’ ingegneristiche. Gli schizzi fantasiosi che prepariamo per presentarlo al pubblico attraverso la  stampa vengono delle volte anche realizzati successivamente al prodotto. Il nostro approccio è assolutamente matematico, si lavora per l’auto e per altri oggetti in scala da 1 a 10, oggi ormai con il sistema informatico, ma sempre comunque con proporzioni e logiche dimensionali e di layout corrette. E’ tutto legato ad un sistema ingegneristico, non ho mai pensato di realizzare direttamente da un sogno un’automobile, ma sempre di affrontare il progetto in maniera metodica”.

 

Nato con l’auto, ormai il marchio Giugiaro si applica a 360 gradi. Esiste comunque una matrice comune, un approccio di base che rimane identico, salvo poi affinarsi di caso in caso e di settore in settore?

“L’approccio di base, come dicevamo, è il fatto di non avere mai sovrastato l’identità del marchio. Questo può essere anche un difetto, nel senso che il disegno vero e proprio di Giugiaro non è identificabile: dalla lavastoviglie alla Nikon non c’è correlazione, sono entrambi ottimi progetti, così come anche per le auto. In realtà, però, alla fine degli anni ‘80 ci hanno comunicato che le nostre vetture erano riconoscibili, quindi abbiamo chiesto alla Jaguar di poter fare un esercizio e il risultato si chiama Kensington, che è appunto un modello di Jaguar con il nostro apporto. Lo stesso vale per le Bugatti, Mustang e Alfa Romeo, tutte auto che hanno il nostro apporto con una grande attenzione all’immagine e al linguaggio dello stile così come facciamo anche per gli oggetti”.

 

Lo stile e il futuro. Non bastano solo idee e talento: anche nel vostro campo si deve fare innovazione? E se sì, in che direzione spazia la ricerca? Quali possono essere gli sviluppi e gli scenari futuri del vostro settore? Dove va il design?

Fare innovazione nel nostro campo non è un problema da poco, si può operare attraverso gli strumenti quindi attraverso la metodologia, poi riuscire ad innovare l’oggetto sul quale stiamo lavorando dipende dalla committenza e dal mercato che cerchiamo di seguire, anche se l’idea è sempre stata quella d’imporre un prodotto. Nel campo dell’auto, tuttavia, è una questione molto delicata. Occorre innovare attraverso la qualità, che è ciò che la gente percepisce e che deve già essere presente non solo nella realizzazione, ma anche nel design, quindi enfatizzando tutte le caratteristiche dell’aspetto dell’oggetto: ciò che la gente in primis deve poter riconoscere. Infatti è importante valorizzare ciò che il marchio deve trasmettere a livello di linguaggio stilistico e di comunicazione della bontà del prodotto. Da quando è nata la nostra azienda, cioè dalla fine degli anni ‘60 ad oggi, nel settore auto e anche per altri prodotti, sono state fatte delle scoperte. Oggi per esempio c’è il vantaggio dell’informatizzazione: riusciamo a testare virtualmente ciò che produciamo, per esempio dallo schizzo di un pneumatico possiamo subito sapere se è adeguato alle prestazioni che deve fornire. La curiosità che stimola l’ingegneria, a scapito di una tradizione che non ti fa andare fuori da certi canoni e quindi che non ti offre quel valore aggiunto che il cliente dovrebbe ricevere, rappresentano il trucco che il design di qualunque studio di stile dovrebbe avere”.

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