Altro che sesso debole, l’investimento porta i tacchi a spillo
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| 2014 – Numero 1
| febbraio 2014 | 2273 Visite | con No Comments

Chi ha paura di investire? Quasi tutti, ma le donne di meno. I risparmiatori italiani tengono parcheggiati sui conti correnti un miliardo e 200 milioni. Denaro che, al netto dell’inflazione (che viaggia intorno all’1%), rende pressoché zero. Scelta emotiva: seguendo l’anima razionale sceglieremmo strade diverse e più fruttuose. Succede, dicono gli esperti, perché il gran parlare che si fa della crisi – il futuro nero che ci aspetta dal punto di vista economico – ci mette paura. Succede perché siamo un Paese nel quale c’è poca cultura finanziaria (conseguenza del fatto che c’è poca educazione finanziaria). Succede perché, a dispetto del fatto che molta della letteratura apocalittica sulla crisi racconti i rischi che corrono le banche, le magagne che mano a mano spuntano dai bilanci delle banche, le difficoltà che le banche incontreranno ad adeguarsi alle nuove regole internazionali, alla fine ci fidiamo soprattutto delle banche. Usando il loro prodotto più semplice, il conto, perché ci fanno paura quelli più complessi. Che però, alla fine, sono pur sempre farina del sacco delle banche.

Oltre alla contraddizione logica bisogna tener presente che l’eccesso di prudenza può diventare un elemento di rischio. Gli obiettivi a medio e lungo termine, di solito, sono quelli che rendono meglio. E noi li dimentichiamo, rinunciando a guadagni potenziali. Per capire la portata di questa distorsione può essere utile incrociare due dati. Il primo viene dal Censis: il 47% degli italiani si sente minacciato dalla crisi e si comporta di conseguenza. Il secondo dall’Indagine sul risparmio curata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi: i risparmiatori che dichiarano di trovarsi effettivamente in condizioni di difficoltà sono il 28%. Tra le due grandezze si scopre una quota consistente (20%) di “eccessivamente preoccupati”, persone che rinunciano a guadagni possibili in virtù di un clima di pessimismo che non saprebbero – nella maggioranza dei casi – neppure spiegare.

Così gli investimenti restano un terreno poco praticato. Il 25,4% degli intervistati dal Centro Einaudi dice che preferisce la liquidità (ci lascia il 50% dei suoi averi). Il miglioramento delle condizioni dei mercati internazionali è fuori di dubbio, ma i risparmiatori si sentono disorientati al momento di scegliere un investimento. Anche la ricerca del Centro Einaudi conferma che quasi metà degli italiani (il 46%) non dedica tempo o attenzione all’informazione in materia finanziaria, e la conferma è nel fatto che quando si investe il canale preferito resta quello del risparmio gestito. Che tuttavia riguarda ancora solo il 10% dei risparmiatori.

Il Centro Einaudi ha poi raccolto qualche elemento di novità nell’analisi del campione femminile: le donne si stanno imponendo come amministratrici del capitale famigliare. Si occupano, da sempre, delle spese (nel 72,6% dei casi), ma la maggior parte di loro oggi segue anche gli investimenti (59,6%) e prende le decisioni importanti. Forse chi costruisce i prodotti di investimento dovrebbe riflettere su questa tendenza. Dovrebbero riflettere anche su un altro punto: le donne sono consapevoli della crisi e ne subiscono gli effetti, soprattutto perché sono spesso più fragili dal punto di vista finanziario, ma soffrono di ansie e paure inferiori a quelle degli uomini. Anzi: per una donna su otto (12,3%) la crisi «è un’occasione per progettare e rimettersi in gioco». Sembra un approccio più intelligente di quello scelto da chi tiene il denaro all’1%. In una banca, cioè nell’occhio del presunto ciclone.

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