Strizziamo i cervelli ai burocrati
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| 2013 - Numero 6 | In evidenza
| novembre 2013 | 1795 Visite | con No Comments

2013-N06 PsicoInvesto
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La politica trova le sue fondamenta nell’etica. Il rapporto tra politica ed etica era stato teorizzato da Benedetto Croce e prima ancora da Platone. Oggi sembra mancare questo rapporto, la politica sembra essersi dimenticata dei principi morali dell’etica. Come è possibile rilanciare questo rapporto?

È un discorso generoso e pericolosissimo, perché ci porta dentro al massimo grado di inconcludenza. Ci porta dentro una visione pedagogica e psicoterapeutica della politica. Essendo la politica fondamentalmente impotente nel fare alcunché, non solo per il Bene Comune ma anche per se stessa, la politica negli ultimi vent’anni è stata come un falegname che, avendo dimenticato la sua funzione precipua che era quella di fare mobili, si è attardato esclusivamente ad occuparsi di utensili. Fondamentalmente la politica, quando parla di politica, parla di sé. Si parla di riforma elettorale, di riforme costituzionali, di riforme di riorganizzazioni della politica stessa. Si è realizzata la più infausta delle profezie che avevo sentito raccontare nel ’68 con logiche diametralmente opposte riguardanti l’autonomia del politico. Oggi l’autonomia del politico si è realizzata completamente, perché la politica parla esclusivamente di se stessa. Quando parla di sé, eleva una tragica geremiade dalla quale si evince che, siccome tutto è immodificabile, la politica lancia questo peana disperato che assume il contenuto etico, finendo per ridursi come una pedagogia consolatoria della vita comune.

Ma quali sono i fatti? I fatti sono maledettamente seri e riguardano una questione importante della politica che è quella della tassazione: non ci può essere tassazione, se non c’è rappresentanza. Questo è il grido delle rivolte parlamentari che ponevano un freno alle spese della Corona durante la rivoluzione inglese. In questo ultimo ventennio, avendo fatto un paio di legislature, il deficit pubblico dalla fine della Prima Repubblica è salito di circa il 30%. Questo vuol dire che destra e sinistra hanno entrambe contribuito a questa crescita drammatica del deficit. Perché? Che cosa è successo? Sono i costi innanzi tutto della spesa burocratica di uno Stato che non fa tagli intelligenti. Si riducono le province ma nessun dipendente pubblico potrà mai essere licenziato. È un problema etico? Lo è, perché bisogna fare un conteggio congruo tra entrate e uscite. Il carico fiscale in Italia è diventato un ostacolo assoluto alla possibilità di fare impresa. Ma in Italia c’è un rapporto dipendenti pubblici e popolazione generale di 1/12. Negli Stati Uniti il rapporto 1/100 circa. Può reggere un paese gravato da questa spesa? Può reggere un sistema economico in cui se lo Stato non dimagrisce, il volume di risorse non potrà mai essere diretto alla produttività, alle imprese, alla costruzione del Bene Comune. E questo non vale soltanto per la generazione di beni materiali. Il sindacato parla spesso del lavoro ma lo Stato non crea il lavoro. Il lavoro viene creato dalle imprese. E le imprese in un’economia globalizzata creano lavoro, se possono competere in modo costruttivo con imprese che producono in tutto il mondo. In Italia si arriverà al punto che non si competerà più neanche per fare le pizze, se non saremo in grado di correre al riparo da questa emorragia intollerabile.

Il vero problema della politica è porre fine a una situazione che in medicina ha un nome. Quando una donna partorisce e ha una rottura dell’utero, comincia a sanguinare in modo irrefrenabile. Se continuiamo a trasfondere sangue in quell’organismo senza togliere l’utero che sanguina, che cosa succede? Succede quello che sta capitando all’economia italiana oggi: coagulazione intravasale disseminata, tutte le arterie si bloccano, il sangue non circola più, i trombi ostruiscono tutto e alla fine la paziente muore. E l’emorragia in economia si chiama spesa pubblica, perché non c’è nessuno che non possa ricollocare risorse laddove le risorse servono a qualche cosa. Si sente spesso dire di non tagliare i servizi. Bene, il mio ultimo lavoro pubblico è stato fare il direttore sanitario in una ASL pubblica. In questa ASL che passa per essere una delle più efficienti in Italia c’erano 1800 dipendenti. Di questi i sanitari erano 900, medici, infermieri, OSS, ADEST. Gli altri 900 erano amministrativi. In una azienda sanitaria locale cosa si fa un rapporto 1/1 tra amministrativi e sanitari? Proviamo a confrontare questi dati con un’azienda sanitaria privata. Che produttività ha, se non una sorta di pensione di invalidità per quelli che fanno i burocrati pubblici? Non sono neanche ricollocabili.

Questo aver allocato questa quantità di risorse nel pubblico per clientelismo, per passività, alla fine ha portato l’Italia a un disastro. La politica non può certamente mettere mano a questo problema. La verità è che, se non tagliamo nella carne viva, il paziente si decompone e va in cancrena. Considero talmente impotenti lo Stato e la politica e talmente dilatato il potere delle burocrazie che credo che l’unica azione politica che valga la pena di fare sia quella di far ragionare i 9000 burocrati dello Stato, facendo su di loro un’attività pedagogica e psicoterapeutica. In questo momento in Italia sono gli unici che hanno il pieno godimento dei diritti di cittadinanza. Per tutti i cittadini comuni l’unica cosa da fare è dire “basta, perché soldi non ci sono più”.

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