L’altruismo del sistema fiscale
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| 2013 - Numero 5
| settembre 2013 | 2044 Visite | con Commenti disabilitati su L’altruismo del sistema fiscale

2013-N05 PsicoInvesto
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con la collaborazione di Andrea Grippo

Una cosa è essere altruisti in presenza della persona verso la quale ci dimostriamo generosi e un’altra cosa è essere altruisti quando il dono è un atto anonimo. Se gli esseri umani che vivono in una comunità fossero naturalmente altruisti, le modalità con cui si attua questa tendenza naturale non dovrebbero influenzarla profondamente. Insomma, se gli individui fossero fondamentalmente generosi dovrebbero esserlo sia in presenza che in assenza di chi riceve l’atto di generosità. Il nostro contributo finanziario obbligatorio alla società, che è anonimo, attiva gli stessi meccanismi psicologici e neurobiologici della decisione di essere generosi in presenza di chi riceve l’atto altruistico?

Le motivazioni che stanno alla base della contribuzione sociale possono essere di varia natura. A questo proposito si distinguono due forme di altruismo, quello puro e quello impuro. L’altruismo puro persegue il bene sociale mentre quello impuro si basa sul piacere che l’individuo prova nel realizzare quel bene. Quando si fa del bene agli altri, l’essere umano percepisce una valorizzazione del proprio sé. Infatti gli atti altruistici non solo recano vantaggio a chi li riceve ma rendono anche merito a chi li compie. Ed è dal piacere e dall’utilità che derivano dalla generosità che gli individui sono motivati a fare del bene. Quindi negli atti altruistici entrano in gioco svariati fattori: l’immagine del proprio sé, le relazioni di dipendenza, il senso di colpa e il piacere.

La società funziona perché i contribuenti pagano le tasse e anche perché fanno donazioni volontarie. Ovviamente se le intenzioni sono mosse dall’altruismo puro, dobbiamo tenere conto del carattere obbligatorio e di quello anonimo tipici della tassazione. Infatti le tasse sono cieche e non sono dirette verso specifiche entità. Se, invece, la contribuzione ha come motivazioni il piacere e il prestigio nel fare del bene, allora i caratteri dell’obbligatorietà e dell’anonimato non sono più validi in quanto il benefattore vuole essere valorizzato e riconosciuto quando fa beneficienza.

Quando paghiamo le tasse o facciamo beneficienza si attivano due regioni antiche del nostro cervello: il nucleo caudato e il nucleo accumbens. Ma questa attività cerebrale è maggiore quando gli individui compiono atti totalmente altruistici senza obbligatorietà. Il nucleo caudato e il nucleo accumbens sono le stesse zone che si attivano quando si soddisfano i piaceri di base come il cibo o il contatto con un’altra persona. Bisogna però dire che quando la donazione è obbligatoria, come nel caso delle tasse, si registra attività neuronale nelle zone cerebrali dello striato ventrale, associate alle ricompense individuali. Quindi pagare le tasse può produrre un piacere paragonabile in termini neuronali a quello prodotto dall’ottenimento di una ricompensa. Quindi si possono associare le motivazioni dell’altruismo puro con le intenzioni dell’altruismo impuro, che in precedenza abbiamo separato.

La teoria che distingue l’altruismo puro da quello impuro non è smentita dalle nuove scoperte neuro-economiche. È vero che si manifesta una maggiore attività cerebrale delle zone del piacere quando i contributi sono volontari, anche se permane l’anonimato. C’è comunque un maggiore piacere quando si decide senza obbligo a chi versare il proprio contributo. Si potrebbe giungere alla conclusione che il sistema fiscale possa essere riformato in modo da non fondarsi sulla tassazione obbligatoria ma sui contributi volontari. Ma non si può perché l’individuo prova un sentimento di benessere tramite la tassazione obbligatoria in quanto sente di aver agito per il bene comune. Inoltre in una società basata sulla contribuzione volontaria si registrerebbero molte defezioni di chi decide di far gravare il bene comune sulle spalle dei più generosi. In questo modo il contributo dei pochi non provocherebbe piacere ma soltanto malumore.

Si potrebbero trarre conclusioni interessanti per le politiche fiscali. Si potrebbe determinare il punto di equilibrio tra contributi volontari e tassazione obbligatoria per massimizzare le motivazioni dell’altruismo puro e le intenzioni di quello impuro. Se riteniamo che in futuro i contributi fiscali volontari avranno un peso importante, allora questo problema di neuro-economia diventa essenziale.

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